In Archivio? Quante storie!

la 4J all'Archivio Storico Diocesano 

Si può fare storia in un archivio diocesano? Si possono misurare i cambiamenti storico-politici attraverso i documenti? La risposta è meno scontata di quanto possa sembrare, se gli aspiranti archivisti sono studenti liceali e la campagna di ricerca dura una mattinata. Quella che segue è appunto la cronaca di una mattina trascorsa all’Archivio Storico Diocesano di Ferrara, e i documenti originali in questione - selezionati dal direttore, Riccardo Piffanelli -  testimoniano l’evoluzione politica e amministrativa della nostra città prima, durante e dopo l’Età Napoleonica.

 

Il primo documento è un editto del 23 giugno 1797 sul corso delle monete, emanato dalla Congregazione pontificia per gli Affari di pubblica Economia. Il testo formalizza il valore delle monete d’argento e d’oro in circolazione in quel momento nello Stato Pontificio e impone ai sudditi di convertirle il più presto possibile presso i tesorieri entro un tempo di quaranta giorni dall’emanazione dell’editto stesso, prevedendo una multa per i trasgressori. È una chiara testimonianza del tentativo dell’amministrazione pontificia di mantenere uno stretto controllo economico sul territorio in un periodo di forte instabilità politica.

 

            Con la formazione della Repubblica Cisalpina (1797) la situazione cambia sensibilmente. La Legge sul Clero emanata dal Direttorio esecutivo napoleonico aboliva le precedenti regolamentazioni ecclesiastiche e stabiliva nuove norme amministrative: i beni del vescovado, in caso di decesso del presule, sarebbero passati sotto l’Amministrazione Centrale e, soprattutto, il nuovo vescovo era tenuto a prestare giuramento di fedeltà alla Repubblica. Nei documenti di quel periodo scompare lo stemma pontificio, sostituito da emblemi rivoluzionari francesi o le iconiche formule “Libertà” e “Uguaglianza”. Ma quello che più importa è che molti di questi documenti testimoniano la penetrazione delle idee repubblicane d’oltralpe.

            Due, in particolare, i materiali analizzati: due lettere del 1811 indirizzate all’Arcivescovo di Ferrara, Monsignor Fava. La prima, firmata dal Viceré d’Italia Eugenio Napoleone, invitava il presule a rilasciare una dichiarazione pubblica di fedeltà all’Imperatore dei francesi, cosa che naturalmente doveva apparire come un’iniziativa spontanea. Inutile aggiungere che l’Arcivescovo lasciò cadere l’invito. La seconda lettera, inviata dal Ministro per il Culto Bovara, consisteva in un invito ufficiale a presenziare al Concilio Nazionale di Parigi del 1811, indetto da Napoleone per risolvere la crisi delle investiture episcopali, bloccate dal rifiuto del Papa di confermare i vescovi scelti dall’Imperatore. In segno di fedeltà al legame con lo Stato Pontificio, pur con un approccio squisitamente moderato, Monsignor Fava non aderì neppure a questa richiesta.

 

All’esame di questi documenti, di rilevante interesse pubblico, è seguito quello di documenti di tipo notarile, che toccano una sfera più privata. Per primo il catasto del Comune di Trecenta, un registro dei diritti patrimoniali degli abitanti redatto in ordine alfabetico, nel quale sono annotati i beni della popolazione.

Un confronto tra il periodo pre-napoleonico, napoleonico e post-napoleonico mette in evidenza diversi cambiamenti: cambia innanzitutto l’impaginazione del catasto, poiché all’inizio viene indicato Napoleone come primo imperatore dei francesi e re d’Italia, in sostituzione delle consuete formule religiose, spesso in latino. Viene inoltre abbandonato l’uso del timbro notarile, sostituito dalla firma del notaio e da una numerazione dei possedimenti.

            Un secondo documento di particolare importanza è una lettera del 10 maggio 1825 inviata dall'archivista Pietro Galvagni a monsignor Belisario Cristaldi, tesoriere dello Stato Pontificio. Ci troviamo durante il periodo della Restaurazione: dopo la caduta di Napoleone e il Congresso di Vienna del 1815, Ferrara era tornata sotto il controllo pontificio.

È in questo scenario che si inserisce la relazione di Galvagni, una comunicazione ufficiale dai toni critici, in cui emerge lo stato di evidente disordine degli archivi diocesani. Secondo le dichiarazioni dell’archivista, i documenti erano mischiati e disordinati, spesso redatti in caratteri antichi difficili da decifrare e deteriorati dal tempo. Un disordine riconducibile non solo alla soppressione delle corporazioni religiose in età napoleonica, ma anche agli spostamenti degli uffici e all'instabilità politica. Senza linee guida precise, l’archivista agisce in autonomia, avviando un complesso lavoro di riordino. Galvagni suddivide i documenti per categorie, rendendo le informazioni nuovamente accessibili grazie a un indice.

            Il lavoro di Galvagni assume un significato che va oltre la tecnicità. Riordinare gli archivi significa ricostruire una memoria e contribuire al ritorno a un equilibrio pre-napoleonico ormai irraggiungibile.

 

Nell’ultima parte della mattinata abbiamo infine esaminato una serie di documenti relativi alla legge di soppressione degli ordini religiosi del 1866, tra cui lettere e fascicoli che illustrano la situazione creatasi in seguito all’emanazione del decreto. Tra questi, spicca la domanda da parte del sindaco di una copia del provvedimento del 9 luglio 1866, insieme alla richiesta di una lista degli edifici religiosi non destinati alla chiusura. I registri esaminati riportano informazioni sugli edifici sacri conservati al culto, con il motivo della loro preservazione, come la presenza di confraternite o particolari funzioni religiose svolte sul territorio. Quanto alle lettere, numerosi cittadini chiedevano di mantenere aperte le chiese minori, non solo come luoghi di culto ma anche come centri di aggregazione. La documentazione mette in luce come la soppressione degli ordini religiosi fosse finalizzata a rafforzare le finanze statali attraverso la vendita e l’acquisizione dei beni ecclesiastici.

Alcuni fascicoli, come quelli scritti da Giovanni Michelini, affrontano invece il tema della ridefinizione e suddivisione dei territori e beni ecclesiastici. Viene anche analizzata la condizione giuridica dei luoghi di culto dopo la soppressione: gli edifici destinati al culto pubblico continuavano a essere considerati “cose sacre”, perciò escluse dal commercio e non soggette al dominio civile.

 

            La consultazione delle carte dell’Archivio ci ha permesso di osservare direttamente come i cambiamenti politici si riflettano nei documenti, e come cambino, nel corso del tempo, il linguaggio, la forma e ovviamente i contenuti.

 

Alessandro Ascanelli e Matteo Mantovani per la classe 4J

Liceo Scientifico Statale “Antonio Roiti”, Ferrara

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