Una famiglia da Nobel. Piera Levi-Montalcini parla di Elogio dell’imperfezione
Durante la Festa del Libro Ebraico (9 ottobre 2026), nella sede del MEIS, la classe 5J ha incontrato Piera Levi-Montalcini, nipote di Rita Levi-Montalcini e presidente della fondazione omonima: è stata l’occasione per parlare con lei dell’autobiografia Elogio dell’imperfezione, che Rita Levi Montalcini pubblicò nel 1987 (e che Baldini e Castoldi ha ripubblicato nel 2024).
Nel libro emergono passioni e talenti diversi. In famiglia c’era rivalità tra fratelli?
Sicuramente, soprattutto tra Rita e Paola. I gemelli di solito sono rivali: hanno dovuto dividersi l’utero materno spintonandosi e vanno avanti così tutta la vita. Era però una rivalità costruttiva, una gara a chi arrivava prima, a chi conquistava di più. Mio padre Gino era l’unico maschio. Alla morte del nonno prese in mano la gestione: sapeva di conti, banche e pubbliche amministrazioni, e le zie si appoggiarono a lui quasi come a un padre. Anche a 74 anni parlava di zia Rita e zia Paola come delle ‘bambine’.
La scelta di studiare medicina fu condizionata dalla morte della governante Giovanna?
Così dice zia Rita. Capì che poteva essere utile a qualcuno, invece di dedicarsi a materie considerate allora femminili, come la scrittura o la filosofia, che non la entusiasmavano. Già prima ammirava le crocerossine della Prima guerra mondiale: era una predisposizione che poi è esplosa. Con la guerra, non potendo più esercitare, si spostò sulla ricerca, che la interessava di più. Fare il medico vuol dire anche assorbire gli stati d’animo del paziente, e trovarsi davanti a una malattia allora incurabile, come con Giovanna, è un peso forte.
Piera tiene però a precisare che la zia restò un’ottima diagnosta. «Nel maggio del 1944, ancora in guerra, quando mia madre partorì, fu lei a salvare mio fratello: nessuno si era accorto che il bambino stava soffocando. Anni dopo un fotografo, dato per spacciato in un ospedale sardo, le telefonò a Roma. Lei il giorno dopo gli mandò un allergologo, che scoprì che era stato punto da un tafano e aveva uno shock anafilattico che nessuno aveva visto. È ancora vivo e fa fotografie».
Com’era Rita a livello umano? La volontà di aiutare gli altri era contagiosa?
Dopo il Nobel è diventata un’icona, e quando andavamo in giro era un continuo difenderla dalla gente che voleva anche solo stringerle la mano. Ma quando qualcuno le chiedeva aiuto, lei si dava da fare. Aveva una memoria di ferro: c’era sempre chi le raccontava di un figlio o di un genitore malato, e lei diceva «ti scrivo». E scriveva davvero. Aveva un senso critico molto forte, era ironica e a volte sarcastica, con battute taglienti. Parlava poco, ma andava al punto. Aiutava in modo gentile: non «sono Rita Levi-Montalcini e quindi posso aiutarti», ma come una persona qualunque che ti offre una mano. Credo che questo l’abbia resa più accessibile e amata.
E lei si è sentita contagiata?
È una disposizione di famiglia. Ogni tanto mi devo fermare, perché prometto troppo e mi ritrovo ingolfata. Ma aiutare gli altri vuol dire trovare soluzioni, e trovare soluzioni vuol dire inventare cose nuove anche per te. Tu dai il consiglio, l’altro lo seguirà o no, ma intanto ti mette in moto il cervello. Ed è questa la cosa fondamentale: far girare il cervello.
Colpisce che, durante i bombardamenti ad Asti, Rita continuasse a cercare uova per i suoi esperimenti. Cosa pensa di questa determinazione?
È una cosa che mi sono sempre chiesta: come facevano? I miei genitori si sposarono l’8 settembre 1943, giusto in tempo per scappare, e mio fratello nacque nove mesi dopo. Ti domandi come si possa fare un figlio sotto le bombe, fuggendo a Firenze, dove non c’era da mangiare né acqua. Gli alleati davano latte artificiale, ma non c’era fuoco per bollire l’acqua dei pozzi, e mio fratello prese un’infezione intestinale. Durante le persecuzioni ogni uscita era un rischio: potevano fermarti per il naso aquilino, e dovevi dire di chiamarti Locatelli invece che Levi. Dai ricordi di mia madre traspare da un lato la paura, dall’altro l’idea che la vita va avanti. È ciò che accade anche nelle guerre di oggi: non sai se sopravvivrai, ma se sopravvivi non puoi esserti tolto anni di vita.
Da qui, una dichiarazione di carattere: «Sono un’inguaribile ottimista, e bisogna esserlo. Vivere nella paura che ti capiti qualcosa non serve: se poi non ti capita, ti sei rovinata tutto il tempo passato ad avere paura. È un ottimismo realista, pragmatico. Davanti al professore il pessimista pensa “speriamo che non mi chieda questo”, e il professore glielo chiede. L’ottimista pensa “speriamo che mi chieda questo, che lo so bene”, e il professore gli chiede quello. Il nostro pensiero influenza davvero chi ci sta davanti».
Rita appare in lotta continua contro i pregiudizi dell’epoca e contro l’autorità paterna. Che ricordi le ha lasciato di questa battaglia?
Secondo me l’ha vissuta in modo molto più forte di quanto fosse in realtà. Il nonno aveva sorelle laureate già nella generazione precedente, in matematica e in filosofia. Però non lavoravano, perché erano madri di molti figli. Per lui era inutile che una donna studiasse: ai suoi tempi si faceva così. È capitato anche a me. Volevo il liceo scientifico e mio padre mi disse: «Non sai scrivere, quindi vai al classico. A scuola si va per imparare quello che non sai, non per fare quello che sai già». Decisivo fu l’appoggio delle donne di famiglia: c’è una lettera bellissima di zia Nina, la sorella maggiore, che va a trovare Rita nel laboratorio di Bruxelles e scrive di essere contenta di averla sostenuta quando voleva iscriversi all’università. Ma la percezione dei genitori è soggettiva: se due fratelli descrivono i propri genitori, sembrano due mamme e due papà diversi. Dalle lettere del nonno emerge che, in un viaggio da Bari a Torino, diede la sua coperta al figlio perché faceva freddo. Non era il bruto che si potrebbe immaginare leggendo zia Rita.
Il fascismo è centrale nel libro. L’oppressione dal 1938 alla fine della guerra fu solo un danno o anche una spinta per la carriera di sua zia?
La seconda. Zia Rita diceva: «Se non fosse stato per Hitler e Mussolini, a cui certo non posso essere grata, sarei una vecchia medico in pensione, e invece sono diventata premio Nobel». Dal negativo può nascere il positivo: lo ripeteva sempre ai ragazzi, perché lottare contro una situazione negativa ti costringe a ingegnarti. Dal punto di vista della sopravvivenza fu invece un continuo cercare di espatriare: mio padre aveva fatto domanda per l’Australia, poi tentarono la Svizzera, alla fine andarono a Firenze. Le informazioni circolavano in modo diseguale. A Torino si sapeva già cosa succedeva nei campi: Olivetti nella sua fabbrica produceva carte d’identità false per ebrei e partigiani. A Firenze non si sapeva quasi nulla. I miei si fermarono lì per caso: mia madre si era fatta male a una caviglia. Le decisioni possono essere casuali, basate su informazioni che mancano, su sensazioni o paure. Firenze fu liberata dopo pochi mesi; i nostri amici che raggiunsero la Svizzera ci restarono più di un anno.
E senza il fascismo? Come sarebbe andata la vita di sua zia?
Penso normalmente. Quando non hai un motivo per cambiare, vai avanti per la tua strada. Oppure sarebbe cambiata ugualmente, perché nel laboratorio di Torino poteva comunque scegliere la ricerca invece della professione medica. Ma la lezione è che non bisogna mai adagiarsi. Quando ti sembra di non imparare più niente, devi avere il coraggio di cambiare, non perché ti è caduto un sasso in testa ma perché lo vuoi. Una mia teoria è che bisognerebbe cambiare lavoro ogni cinque anni. A forza di fare le stesse cose ti viene l’Alzheimer, e lo dico seriamente: bisogna cambiare strada per andare al lavoro, lavarsi i denti con la sinistra, mangiare cose diverse. Io sono passata da Android a iPhone e mi arrabbio tutti i giorni, ma mi cimento. Noi vecchi ingegneri davanti a un apparecchio nuovo vogliamo il libretto di istruzioni, voi andate per tentativi. La nostra forma mentale non è sperimentale, la vostra molto di più: usatela.
Alessandro Ascanelli, Amelia Maestri, Matteo Mantovani per la classe 5J


